Maternità e Lavoro: dimissioni volontarie per mamme e quasi mamme dipendenti [AGGIORNAMENTO 20-10-2020]

Buongiorno, sono appena rientrata dalla maternità dopo 12 mesi, mio figlio compirà un anno il 2 dicembre 2020, vorrei dimettermi in quanto mi è difficile raggiungere il posto di lavoro che è lontano e con il Covid19 diventa più problematico il gestire la famiglia per le troppe ore di assenza da casa.
Genny.

Per moltissime mamme e neo-mamme la scelta tra rientrare al lavoro post nascita ed il dedicarsi al proprio figlio/a, in prima persona, senza usufruire di tate, nonni e asili nido è davvero molto frustrante. Soprattutto oggi che viviamo a braccetto con la pandemia il problema assume un aspetto di natura economico-finanziario molto importante!

In Italia, che non è propriamente un paese per mamme, alle mamme dipendenti spetta una maternità obbligatoria di nr. 5 mesi (due prima del parto e tre successivamente) e poi la possibilità di optare per la maternità facoltativa per un periodo massimo di nr. 6 mesi retribuiti al 30% della busta paga.

Il periodo “post partum” prevede pochissime opzioni:

  1. rientrare al lavoro quando il bimbo abbia solo 3 / 4 mesi stravolgendo la quotidianità creata nel nucleo familiare. Se poi non si dispone dei nonni, pronti a rivestire la figura dei “tati”, si rischia di investire tutto il proprio stipendio mensile in costi di baby-sitter, asili nido o altre realtà similari.
  2. richiedere la maternità facoltativa con una riduzione dello stipendio del 70%, rischiando di incappare in seri problemi di “cash-flow” dati tutti i costi che un bimbo richiede specialmente nel primo anno di vita.

 

Sitly

La prima opzione porta spesso con sè tanti dubbi ed una spaccatura della mamma che da una parte si sente una “madre snaturata” che abbandona il bimbo per rientrare al lavoro e d’altra parte non riesce ad affrontare il lavoro con la stessa attitudine di prima. E’ una questione fisiologica. Tre mesi dopo il parto per creare una quotidianità ed imbastire orari e scadenze non sono sufficienti soprattutto perchè uno degli attori coinvolti è un minore appena nato che sottostà ad una miriade di variabili.
Viene subito spontaneo chiedersi come sia possibile che l’Italia sia un paese così arretrato da questo punto di vista, quando contemporaneamente paesi come la Polonia garantiscono una maternità “post partum” di 1 anno retribuita all’ 80 % della busta paga. 

L’Italia non è in grado di trovare ammortizzatori sufficienti per poter riconoscere alle aziende, datori di lavoro, la possibilità di mantenere il posto di lavoro per una “neo-mamma” garantendole un dignitoso stipendio.

La terza opzione, quella all’italiana

Però e c’è un però, l’Italia ha trovato una terza opzione. Un’opzione all’italiana. Un’opzione che per molte mamme ha grande appeal, sia dal punto di vista finanziario che di “modus operandi”. 

Infatti è possibile presentare dimissioni volontarie prive di preavviso sia per una quasi-mamma (da 300 giorni prima della data presunta del parto) sia per una mamma fino al compimento dell’anno di vita del minore e successivamente richiedere domanda di NaSpi -> indennità di disoccupazione. 

Questo è l’unico caso di dimissioni volontarie che concede la possibilità di richiedere la NaSpi.

Dimissioni entro il primo anno di vita del minore

Le dimissioni volontarie prive di preavviso per essere considerate valide devono essere presentate e convalidate presso le Direzioni Territoriali del Lavoro a norma dell’art. 4, comma 17 e seguenti della Legge n. 92/2012, per contrastare il fenomeno delle “dimissioni in bianco”, pratica che prevede la richiesta del datore di lavoro di far sottoscrivere al lavoratore, spesso al momento dell’assunzione, una lettera di dimissioni priva di data, da qui il nome “dimissioni in bianco”, che il datore tiene da parte per utilizzarla al momento opportuno, ad esempio in caso di maternità.

In questo modo una quasi-mamma o una già mamma possono dimettersi – “dall’oggi al domani” – e rimanere a casa con il proprio bimbo vedendosi garantito un sussidio statale pari al 75% della media della paga base lorda degli ultimi 48 mesi, per un periodo pari al 50% delle settimane lavorate negli ultimi 48 mesi.

Ci sono quasi-mamme e/o mamme che hanno usufruito di questa casistica vedendosi riconosciuta un’indennità di disoccupazione di 24 mesi (oltre che la possibilità di aver beneficiato dei 5 mesi di maternità obbligatoria) che ha permesso sia la possibilità di crescere il minore dedicandosi a tempo pieno sia di godere di un sussidio mensile dignitoso. Trattandosi di procedure delicate il consiglio è quello di rivolgersi sempre ad un professionista del settore cosi da non compiere passi falsi e godere sempre di un supporto esperto

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